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Abruzzo chiama Milano: 3 giorni tra emozioni, solidarietà e... rimpianti

fabio fresaPreoccupazione, paura. Sono i primi istanti, dall'Abruzzo arrivano le prime notizie. Neve, gelo, una scossa di terremoto, poi un'altra e un'altra ancora, la terra continua a tremare. Una valanga e la tragedia di Rigopiano.
Momenti confusi. Si prova a telefonare, ma nessuno risponde.
Il black out è totale: non c'è elettricità, i telefoni sono fuori uso. Qualche informazione arriva da chi, nella propria casa, ha un generatore. Rimbalzano notizie e commenti su tv, radio, social... Che cosa sta succedendo?
Le chiacchiere sono inutili. Si parte.

Quando arrivo in Abruzzo trovo una situazione surreale. Gli elicotteri volano in gruppo sopra le nostre teste: sembra di assistere a un film americano sulla guerra in Vietnam. Sirene, lampeggianti, mezzi di soccorso dovunque. Elettricità fuori uso da giorni. Nelle case in collina la temperatura è scesa a 7 o 8 gradi. Più in alto, sulle montagne, si può solo immaginare.
Iniziano tre giorni intensi di forti emozioni. Si lavora senza sosta.
Ognuno fa la differenza. Ognuno partecipa. Ognuno assume su di sé la responsabilità dell'altro. Siamo una squadra, insieme. È un duro lavoro per uscire dall'emergenza, riscoprendo quello spirito di cittadinanza che ha fatto grande l'Italia.
A stretto contatto Sindaci, volontari e cittadini... nessun altro arriverà a salvarli. Ci si rimbocca le maniche e ci si mette al lavoro.
Il senso di solidarietà è più forte di qualsiasi barriera e, con coraggio, si affrontano anche le situazioni più estreme.
Per raggiungere comuni e frazioni isolati si aprono varchi con la fresa, ma quando il tempo è vitale, per portare medicine e viveri o per trasportare all’ospedale persone in difficoltà, ci si muove con gli elicotteri e con le condizioni meteo più avverse, in motoslitta o addirittura a piedi.
A Cusciano una bambina bloccata in casa da quattro giorni deve fare la dialisi, si apre un varco, poi la corsa in ospedale. A San Giorgio c’è solo un’ora di autonomia nella bombola dell’ossigeno di una signora anziana, con una nuova bombola si arriva in motoslitta.
È la storia di un Abruzzo che, nonostante la tragedia, non si spezza e risorge…
Bravi i Sindaci che in Abruzzo hanno dimostrato di essere una classe dirigente preparata. Non si sono persi d’animo, hanno fatto squadra e hanno evitato tragedie.
Grande poi il soccorso del sistema Italia, con i volontari, le forze dell'ordine, i vigili del fuoco, gli uomini del soccorso alpino e la squadra della SEA Aeroporti dalla Lombardia.
Bene anche il sistema sanitario, gli ospedali hanno retto l’emergenza, garantendo sempre il servizio.
Nei giorni dell’emergenza è emerso soprattutto il senso di comunità, quella autentica, dove ognuno compie il suo dovere da cittadino, senza aspettare che qualcun altro realizzi i suoi diritti.
Ma c’è anche un’altra storia, di un altro Abruzzo, di un’altra Italia… e delle delusioni.
La prima.
Energia elettrica fuori uso per diversi giorni. In molti ora chiedono le dimissioni dei vertici Enel. E ci sta, ma al di là delle responsabilità e delle polemiche, ora serve la garanzia vera che Enel in Abruzzo faccia investimenti sulla rete. Neve, gelo, emergenze… non è che a Milano non esistano, ma una situazione del genere non si potrebbe mai verificare per una semplice ragione: A2A ha fatto e continua a fare investimenti sulla rete elettrica.
Fuori uso anche i telefoni e non c’erano satellitari per comunicare o chiedere aiuto.
La seconda: politica e istituzioni?
Se l’assenza della Provincia era prevedibile (esistono ancora? Boh, forse… non si capisce), è ingiustificata e ingiustificabile l’assenza della Regione Abruzzo, che avrebbe dovuto essere il punto di riferimento per i Sindaci.
E che cosa dire della Protezione Civile nazionale?
In questa emergenza ha semplicemente dimostrato che è da rifondare. Inclassificabile.
È inaccettabile che l’Abruzzo non abbia una Protezione Civile regionale organizzata sul modello del Friuli Venezia Giulia, senza un piano di emergenza, soprattutto dopo il terremoto del 2009 e altri eventi catastrofici che l’hanno colpita.
I comuni montani sono stati abbandonati. Quelle montagne oggi raccontano tante storie drammatiche. Raccontano di Claudio e del figlio Mattia, morti per assideramento a pochi chilometri da Montorio al Vomano.
Oggi anche per loro dobbiamo andare avanti, perché in futuro non accadano più tragedie. E stare seduti a criticare non serve: che cosa possiamo fare oggi?
Regione Abruzzo deve fare 3 azioni semplici, veloci a costi contenuti:
1. I comuni montani devono essere dotati di strumentazioni di emergenza adeguate, ad esempio ogni Comune dovrà avere un telefono satellitare, costa quanto un Iphone e le comunicazioni sono sempre garantite.
2. Ci devono essere squadre di emergenza divise per province. Per una regione così martoriata, serve una Protezione Civile regionale organizzata e pronta a intervenire subito.
3. Si devono costruire centri di monitoraggio del territorio pronti al coordinamento dell’emergenza, dislocati nelle aree più a rischio e con un’ottima logistica. Ne basterebbero cinque o sei per tutto l’Abruzzo.
Non sarà un cammino semplice, ma porterà a un Abruzzo migliore e più sicuro.

fabio sea

Commenti   

0 #1 Will 73 2017-01-29 17:51
Osservazione esatta, dopo questa catastrofe non bisogna dimenticare senza fare nulla, non si deve assolutamente, troppe vite spezzate, troppe famiglie distrutte, il colpevole se c'e non paghera' mai abbastanza, pero' si deve a tutti i costi cercare di cambiare le cose, non si puo' morire per l'egoismo o addirittura per mancanza di mezzi specifici ed essenziali per la salvaguardia della nostra vita !
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